Una chiacchierata con Alessandro Roia

L'attore italiano di Romanzo Crimanale racconta, in esclusiva a TBD Journal, le sue passioni divise tra cinema e profumi.

Una chiacchierata con Alessandro Roia

Come nasce la tua carriera da attore?

Non lo so, nel senso che continuo a chiedermelo anche oggi, e non scherzo. Ho sempre pensato di fare molte cose nella vita, fin da quando ero piccolo, perché avevo passione; passione nel sapere, curiosità per nuovi scenari, ed è una caratteristica che ho ancora oggi. Il mondo del cinema mi ha sempre incuriosito molto, la mia idea era basata su un cinema del passato, che è ancora il cinema che più mi galvanizza, non perché sono nostalgico, ma perché all’ interno c’erano varie dinamiche, che oggi è più difficile trovare, come nella parte di scrittura o nella parte di innovazione. Ora la tecnologia è un’ innovazione un pò gelida, prima un regista era un inventore della sua arte. Comunque mi sono avvicinato alla carriera da attore come spettatore; nella lettera di motivazione, tramite la quale dovevo accedere al Centro Sperimentale di Cinematografia, scrissi che volevo fare quel salto difficilissimo da essere uno spettatore che fagocitava film ad attore, perché in realtà ero un passionario di quel mondo. Il Cinema. Cosa che tutt' ora sono, perché mi piacciono molto altri ruoli oltre quello della recitazione, non mi sento, come dire, fissato solo con quella. Anche le variazioni e diramazioni mi hanno appassionato, e mi sono poi ritrovato in realtà coinvolto. Ci ho provato e ci sono riuscito, e poi le cose sono andate un pò anche da sole. Sono stato fortunato. La fortuna è la componente più importante, perché se tu hai talento aumenti quella fortuna che hai avuto. Se non hai talento, che non vuol dire solo quello da attore di certo (perchè il talento è una cosa legata all’istinto e alla visione) fai ben poco, ed stato quel giusto mix che mi ha portato ad essere quello che sono.

Se non fossi stato attore cosa ti sarebbe piaciuto fare?

Qualcosa che alla fine riesco a fare anche oggi. Mi sarebbe piaciuto fare l’imprenditore. Avevo una persona di famiglia, un amico di mio padre, che mi ha condizionato in tante cose, anche nei gusti. Era una persona che ho sempre stimato molto, di cui anche crescendo ho visto molti difetti. Era una persona che aveva qualcosa di simile a me. Poco tempo fa ho lanciato una linea di profumi con mia moglie, e questa intraprendenza, questa voglia di mettermi in gioco su piani diversi, fa parte di quella voglia lì di non fermarmi, di voler scoprire sempre cose nuove. La curiosità è ciò che determina tutto questo, insieme anche al brivido di affrontare nuove situazioni, che non conosco fino in fondo, e in cui non mi sento così in comfort zone.

Prima parlavi dei film del passato. Se ci fosse un film del passato che ti sarebbe piaciuto fare o interpretare, quale sarebbe stato e perché?

Allora, da attore sicuramente tutto quel periodo storico legato al binomio actor/studio Scorzese-De Niro, Scorzese- Al Pacino, tutto quel periodo lì. Poi sicuramente anche i film anni ‘50 americani e italiani, perché portano con sè qualcosa sotto pelle che va oltre il racconto. In quell’epoca c’era una voglia di coming out su certi tipi di sentimenti, di fissazioni, ma anche di lussurie che prima, invece, non potevano essere dichiarati nei film, come ad esempio quelli con Tennessee Williams o Marlon Brando.

C’è un personaggio al quale sei particolarmente legato o che ti ha segnato?

Allora, pensare solo ad un personaggio è davvero complicatissimo. Sicuramente sia Al Pacino che De Niro mi hanno aiutato tanto nel plasmare il mio personaggio in Romanzo Criminale (ndr il Dandi), in quanto sono riuscito a rubare e portare con me, anche proprio delle cose fisiche dei due attori. Sai Picasso diceva: “Il grande artista non è quello che inventa ma quello che ruba e migliora “, e io credo che questo sia per gli attori un caposaldo della verità per quello che facciamo.  Comunque, oltre loro due, sono anche stato innamorato di Jack Burton in Grosso Guaio a China Town e anche di Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi.

C’è un personaggio che hai interpretato tu che ti ha particolarmente colpito o al quale sei legato?

Beh è ovvio, il Dandi di Romanzo Criminale, perché è un personaggio a cui ho potuto lavorare tanto tempo ed avevo anche una condizione intorno per potermici dedicare in tal senso. Forse quasi nel modo migliore in cui io abbia potuto lavorare nei successivi 10 anni.

Quanto è durato?

16 mesi. Staccati però da un anno all’altro. Quindi in tutto 8 mesi + 8 mesi, con una pausa quasi di un anno e mezzo tra la prima e la seconda stagione. Però c’è tutto un PRE, chiaramente, io parlo solo delle riprese. Queste sono state le condizioni ideali per le quali quel personaggio è diventato mitologico e oggi festeggia 10 anni. Il modo in cui si è potuto lavorare prima, il modo in cui era scritto, il modo in cui poi è stato diretto, una commistione di eventi che poi hanno reso Romanzo Criminale non solo un cult, ma soprattutto la rivoluzione per la tv contemporanea in Italia.

Un regista con il quale ti piacerebbe lavorare nel prossimo futuro?

Una persona con cui vorrei lavorare per vari motivi, ma allo stesso momento avrei paura di lavorarci, perché molto amico, è Luca Guadagnino. Luca è un amico da quasi 20 anni ormai e lo ritengo bravissimo, se non il più bravo per quello che è il mio gusto, ma poi avrei paura proprio perché un amico. Il set crea comunque energie e sinergie di contrasto, quanto di unione, quindi in realtà, va bene così. Preferisco continuare ad ammirare i suoi film da spettatore.

La bravura di un attore sta nell’interpretare vari personaggi, sappiamo che tu sei un attore di successo della fiction italiana come “Tutto può succedere”, e poi quest’ estate è uscito un horror “The End”. Come è stato interpretare un horror e avere questa sfaccettatura totalmente differente nella tua carriera. È un’esperienza che ti è piaciuta? Lo rifaresti?

Lo rifarei sicuramente anche perché, nel bene e nel male, quella è sempre stata la caratteristica della mia carriera in questi ultimi 10 anni. Diciamo che se andiamo da Romanzo Criminale in poi, quello che c’è stato prima è stata tutta gavetta, proprio per il voler differenziarmi e comunque non andare su passi sicuri. Per esempio, “In Tutto può Succedere “ ho voluto partecipare una stagione, solo perché mi divertiva poter lavorare con dei registi che consideravo amici. E’ stata una scelta, come quella di non voler dare una serialità lunga a tutti i costi a quel mio personaggio. Questo è sicuramente, per quanto mi riguarda, un punto forte; magari per la carriera no, per la carriera è una schizzofrenia che non mi aiuta. Però io sono contento cosi. Fare un horror in Italia con quella struttura, a parte che l’avrei fatto a prescindere perchè comunque avevo già lavorato coi Manetti ed era andato benissimo, ma poi rimane comunque un lusso, perchè dipende molto da come lo vivi , e a volte puoi fare una carriera anche più importante a livello di visibilità, di popolarità e di premi, ma poi devi essere scontato nelle scelte che fai, perché devi mantenere quello status da attore.  A me dello status è sempre fregato pochissimo, perché faccio quello che mi piace. Di sicuro posso permettermi di farlo, e poichè non sono solo legato a questo mondo, in quanto penso ci sia altro, anche come sostentamento economico, non baso tutto su questo genere di scelte e mi concedo la libertà di fare un po’ quello che voglio.

Perché è molto volatile il settore?

No, perché se tu dipendi da quel settore molte volte dipendi anche per la vita che uno ha dopo il lavoro. Una carriera artistica sono montagne russe, c’è il momento in cui guadagni tanto e quello in cui guadagni meno. Non dipendere solo dal mondo attoriale e cercare di fare altro, ti da anche un punto di vista diverso, sei meno schiavo di te stesso, dell’immagine dell’attore e allora puoi concederti di fare quello che ti va di fare  e non solo quello che ti da sostentamento. Sia ben chiaro, molte volte ho sbagliato, altre volte invece ho preso delle decisioni anche solo per legarle al mio privato. Non so, magari rinunciare a dei film che potevano essere più importanti per avere un certo tipo di immagine, ed cosi ho scelto di rimanere a Roma e ho fatto altro, perchè volevo stare vicino a mio figlio. Ma questo è il bello, è che non me ne sono mai pentito. Ripeto, non voglio mai essere schiavo del mio lavoro, mai, non faccio il chirurgo, non salvo vite. Io devo essere il padrone della situazione, come perdo questa roba qui, in questo mondo, si diventa un po’ pupazzi del sistema.

Invece per quanto riguarda il tuo stile prima parlavamo del Dandi, il tuo personaggio in Romanzo Criminale, mentre adesso nelle definizioni “moda” il Dandy viene usato tantissimo. Tu come ti senti, più Dandi o Dandy?

La verità è chè il Dandi (ndr il personaggio) era il contrario del suo soprannome, perché era un borgataro, che non era in grado di riportare nella vita reale quello che lui avrebbe voluto essere . Il mio personaggio voleva atteggiarsi a Dandy, ma alla fine la sua figura risultava solo ‘’grottescha’’ in tal senso. Per quanto riguarda invece la mia vita, ho fatto tanta fatica, invece, ad individuare quella che era la mia dimensione di stile; fin da ragazzino sono sempre stato amante delle riviste di ogni genere, di ogni cosa che mi piace compro riviste, leggo, mi appassiono. Quando da ragazzo compravo l’Uomo Vogue, e parlo degli anni ‘90, vedevo delle cose che là per là non mi interessavano, però anche delle altre che mi piacevano, ma per un ragazzetto, c’erano delle difficoltà proprio logistiche per avere quello stile lì. Ed io ho faticato tanto, ci sono arrivato in età adulta, ma sono molto felice di aver trovato quello che è il mio essere. Ad esempio, quella persona di cui parlavo, l’amico di famiglia, aveva un grandissimo stile in tutto, dalla scelta del vestiario al profumo, da come metteva i capelli alla macchina; chiaramente poteva permettersi quello status lì. Aveva uno stile che io ammiravo, ma che da ragazzetto non riuscivo ovviamente a replicare. Inoltre, in famiglia non ho mai avuto dei codici chiari in tal senso, non avevo un nonno o un padre che avevano istituzionalmente quella cultura li, quindi è stata una ricerca che è ancora in atto adesso.

Ora a che punto sei della tua ricerca?

Ho superato quel livello di eccitazione. C’è stato un momento compulsivo che è andato molto su delle robe, magari, troppo fantasiose. Adesso però ho trovato la mia quadra, mi piace tanto essere ispirato, cioè vedere delle cose e girarle su me stesso. Interpretarle. La mia ignoranza, in questo caso dichiarata, in realtà è solo un territorio fertile, cioè se vedo Fabio che mette sul blog o un post con qualcosa che mi piace, io gli scrivo: “Fabio mi spieghi, mi dici com’è?” Io chiedo, cerco, mi informo, mi appassiono. Sono un po’ nerd su queste cose.

Qual è il tuo accessorio, il tuo must have, la cosa che non manca mai.

L’orologio.

Si parla tanto del fenomeno “Me Too”, se ne è parlato tanto, se ne parla tanto in America adesso anche colleghe italiane, pensi che il mondo del cinema stia cambiando o semplicemente adesso la storia è un pò uscita fuori perché qualcuno ha avuto il coraggio di farlo?

Non è tanto questione di cinema, nel senso, quelli sono ambienti, guarda adesso Ronaldo . Però è tutto molto delicato, è una questione molto delicata.  Si parla comunque di violenze sessuali in molti di quei casi. Io credo che se riusciremo ad uscire da questo Medioevo che stiamo vivendo oggi, forse la figura femminile dentro la classe dirigente, da un certo punto di vista, può equilibrare certe dinamiche. Rimane comunque una questione culturale, fondamentalmente. E’ davvero un Medioevo dell’umanità. Il Me Too è un movimento per mettere in chiaro certe dinamiche, che sapevamo tutti forse, o forse che non così chiare; bisogna stare molto attenti a quello che è il fatto, la denuncia, quello che è un processo, quello che è una colpa. I media sono molto pericolosi su discorsi così delicati, e secondo me, fanno più male che bene. E’ chiaro che la sensibilizzazione è necessaria, ma è una sensibilizzazione sull’ umano, cioè un umano che si comporta cosi può fare altre cose orribili oppure è lo stesso potere che ti fa pensare di poter far tutto… Non lo so, è un discorso complicato quello di questo movimento, chiaramente io non ne sento neanche la necessità di dover dire, “Ah io lo appoggio”, per me è una cosa naturale che ci sia una parità di comportamento tra uomo e donna. Purtroppo mi imbarazza pensare che ancora stiamo così.

Parliamo della tua nuova avventura familiare, come nasce l’idea di fondare un’azienda di profumi Familia-Familia ?

Nasce come consumatore. Io e mia moglie fin primi giorni ci siamo trovati su questa cosa . Io lego tutto agli odori, da sempre, anche quando parlavo di mio padre e di quel suo caro amico, loro hanno sempre avuto degli odori particolari che mi fanno pensare a loro.  La memoria olfattiva è sempre stata una cosa molto importante per me, e anche per lei. Quindi abbiamo sempre parlato di questo, degli odori, dei profumi. Siamo diventati clienti di un retail che è in tutta Italia, ovvero Campo Marzio70 e da lì abbiamo iniziato. Loro fanno ricerca da sempre, hanno sempre avuto brand di nicchia fin dall’inizio e cosi, essendo due appassionati, abbiamo iniziato a comprare e a collezionarne tantissimi. Addirittura, ho profumi chiusi, che non uso, altri che uso, ma centellino, e poi ci sono dei gemelli chiusi da un’altra parte. Circa 6 anni fa abbiamo fatto un viaggio in Provenza, siamo andati a Grasse dove c’è la scuola dei profumieri, fighissimo, abbiamo fatto un viaggio bellissimo ancora fidanzati e abbiamo iniziato a parlare di questa cosa: “Perché non facciamo un progetto?” . Negli ultimi 2 anni e mezzo poi si è evoluto, ed è diventato concreto, cosi abbiamo deciso di seguire una linea che è quella appunto di una parola che non è scontata, ovvero l’amore rispetto proprio alle persone. Il nostro claim è “People Who Love”, persone che amano, inteso proprio come network di amori, cioè le persone che noi scegliamo di frequentare, che noi scegliamo di vivere, oltre a quelle familiari, che poi sappiamo bene non è sempre detto che la famiglia sia poi culla dell’amore. Però diciamo che partendo da quello, può essere anche la famiglia che ti scegli. Tu vivi a Milano, ti devi fare un network di persone, una tua famiglia, e quello è un pò il concetto che cavalchiamo. Inoltre non diamo sessualità ai profumi, questo nasce dal fatto che mia moglie mi rubava il profumo e io rubavo i profumi a lei, poi io mischio, tutt’ora mischio anche i nostri!

Prossimi progetti? Dove ti vedremo a breve?

L’altro anno ho lavorato fino a luglio per questo nuovo lavoro che deve uscire, poi mi sono preso un periodo di stop, perché devo seguire questo nuovo progetto, aiutando anche mia moglie che ha lavorato tanto da sola mentre io giravo. Nel 2019 uscirà questa serie che si chiam “La Compagnia del Cigno” che racconta di un gruppo di ragazzi, musicisti giovanissimi del Conservatorio di Milano, e segue le storie di questi personaggi e io sono legato al protagonista. E’ una bellissima produzione, che tocca anche temi importanti come l’omosessualità.

Italiano per te?

Poliedrico.

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Ph: Nafiseh Kaboudvand